Perché i Coach devono sapere come funziona il cervello?

Il coaching sta diventando una pratica comune e sia i privati che le aziende, si rivolgono sempre più spesso a dei Coach, per favorire il proprio sviluppo personale e professionale. Ma quali competenze devono avere queste figure professionali per affrontare e gestire con efficacia e sicurezza i complessi temi dell’evoluzione personale e organizzativa? Può il Neuro Coaching rappresentare una risposta alle attuali esigenze di cambiamento di persone e aziende?

Tra il 1997 e il 2000, Gordon Shulman e colleghi arrivarono a scoprire che quando le persone sono a riposo e non svolgono alcun compito specifico, vi è un gruppo di aree cerebrali che si attiva in maniera significativa rispetto a quando il soggetto è coinvolto nell’attività pratica. Chiamarono queste aree “rete di default”, riferendosi al fatto che si attiva quando gli altri compiti sono finiti.

Matthew Lieberman, uno dei padri fondatori del filone socio-cognitivo delle neuroscienze, ha poi formulato una nuova e assai più suggestiva considerazione: l’attività della rete di default è la causa del nostro interesse nel mondo sociale e non una semplice conseguenza.

Per secoli è stata convinzione comune che siano state le nostre abilità analitico razionali a permetterci di evolvere.

Ora, le più recenti scoperte affermano che il cervello umano, è in realtà configurato per funzionare prevalentemente come strumento sociale e che questa funzione si alterna al pensiero logico razionale.

In altri termini, quando il cervello è occupato nel pensiero logico razionale o in attività pratiche, le aree deputate al pensiero sociale si disattivano o comunque riducono significativamente la loro attività. Al contrario, quando il cervello smette di essere focalizzato su attività logiche o cognitive o operative, di colpo si attivano quelle aree deputate al pensiero sociale.

Fare coaching con il cervello in mente

La conversazione di coaching  è il momento in cui due cervelli (quello del coach e quello del cliente) si incontrano e si scambiano informazioni su temi che a livello inconsapevole il cliente può percepire come minacce alla propria sopravvivenza: un cambiamento nel proprio modo di agire, una decisione rischiosa, un cambio di paradigma in alcune convinzioni o valori, la gestione di un conflitto, Il timore di un fallimento o di un successo e in genere, qualsiasi cosa porti il cliente fuori dalla sua zona di comfort

In questo scambio di informazioni, non entrano in contatto solo le parti “sociali” dei due cervelli, ma anche quelle “logico razionali” di entrambi, aumentando considerevolmente il rischio che coach e cliente, parlino due “lingue” diverse, definiscano obiettivi non appropriati, utilizzino valori non condivisi.

Appare quindi necessario che i Coach conoscano il funzionamento del cervello: solo così infatti potranno stabilire e condurre una conversazione di coaching che tenga in considerazione il “dialogo interiore” che si sviluppa nel cervello di entrambi, tra le funzioni cerebrali più arcaiche come l’istinto, quelle mediamente recenti come l’intuizione e le emozioni e quelle più recenti come il pensiero logico razionale e operativo.

In via estremamente semplificata possiamo descrivere il Neuro Coaching come un modello che, basato su una conoscenza approfondita delle principali capacità chiave del cervello, rende più efficace la conversazione di coaching e aiuta il cliente a raggiungere più agilmente i propri obiettivi più sfidanti.  

Il nostro cervello…

#1 Legge le intenzioni degli altri e reagisce di conseguenza

Alla base dell’evoluzione della nostra specie, c’è la capacità di diverse parti del nostro cervello (l’amigdala è una di queste) di leggere le intenzioni degli altri e in funzione di queste, generare una reazione di attacco (più rara) o di fuga (più frequente). Se l’intenzionalità del Coach è “pura” ovvero libera di pregiudizi, preconcetti, “dover essere” o “dover fare”, il cervello del cliente non percepisce alcuna minaccia e attiva così una reazione di attivazione e avvicinamento, che rende immediatamente disponibili le potenzialità e le energie più profonde per conseguire obiettivi sfidanti.

#2 Ha bisogno di vedersi proiettato “sano e salvo” nel futuro 

Il cervello è l’organo che in proporzione consuma il maggior quantitativo di energia del nostro organismo. Percependo qualsiasi condizione di incertezza come una minaccia alla propria sopravvivenza, reagisce con scelte confuse e reazioni di fuga che consumano ossigeno ed energia. Nell’approccio conversazionale del Neuro Coaching, il cliente viene aiutato a definire e visualizzare l’obiettivo come uno “stato raggiunto”, mentre il Coach viene percepito come un’entità neutrale in grado di favorire l’attivazione di tutte le energie necessarie per passare dallo stato desiderato allo stato raggiunto.

#3 Apprende anche grazie ai neuroni specchio

Scrive Giacomo Rizzolatti, neuro scienziato italiano di fama internazionale “l’attivazione dei neuroni specchio è in grado di generare una rappresentazione motoria interna (atto potenziale) dell’atto osservato, dalla quale dipenderebbe la possibilità di apprendere via imitazione”. I neuroni specchio infatti si attivano sia quando agiamo un determinato comportamento, sia quando lo osserviamo agito da altri. La particolare impostazione della conversazione di coaching, stimola il sistema dei neuroni specchio del cliente favorendone lo sviluppo sociale, l’evoluzione e l’apprendimento.

#4 Si sviluppa attraverso l’interazione sociale

Lo abbiamo già detto. Il nostro cervello è un organo sociale che fonda la maggior parte delle sue scelte sull’interazione e lo scambio con gli altri. Pertanto le verità o i problemi non vanno cercati all’interno del singolo individuo, ma nella relazione TRA le persone.  Una conversazione di coaching libera da pregiudizi, preconcetti o idee precostituite della realtà e basata su partecipazione, inclusione e condivisione, favorisce nel cliente la generazione di una forte consapevolezza sociale e l’eliminazione di quei condizionamenti che impediscono alle relazioni di esprimere la loro piena efficacia.

#5 Integra ragione ed emozione

Il bombardamento mediatico, lo stare “sempre connessi”, l’interazione continua con i social media anche e soprattutto in mobilità, mettono il nostro cervello in una condizione di continua “allerta sociale” e “iperestesia cognitiva”. Per proteggersi, reagisce con una sorta di “anestesia vigile”, una “vicinanza relazionale apparente” e una sempre più debole spinta evolutiva. La conversazione del Neuro Coaching è studiata e strutturata per armonizzare i diversi stati di coscienza e favorire lo sviluppo di una vita personale e professionale piena e consapevole.

#6 Deve “scaricare a terra” la propria consapevolezza

L’aumento della consapevolezza non rende felici. Anzi, espandendo in maniera esponenziale la nostra percezione della realtà, può accresce il “dolore sociale” fino a trasformarsi in insofferenza, senso di colpa, “super-senso” di responsabilità o distacco emozionale. L’impostazione del Neuro Coaching fa in modo che i clienti non accrescano solamente la consapevolezza di sé, ma lavorino per accrescere anche la responsabilità verso la propria evoluzione, la propria auto-realizzazione e il proprio benessere, che così diventano il vero valore e obiettivo da raggiungere.

In che misura vi piacerebbe sviluppare queste capacità?

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Federico Petrozzi, PCC. Dopo una decina d’anni in azienda, dove ho raggiunto il livello di HR L&D manager, ho deciso di dedicare la mia vita alla formazione prima, alla consulenza poi e infine al coaching. Oggi, dopo 27 anni di esperienza nella gestione e nello sviluppo delle risorse umane, sono un appassionato imprenditore che ritengo abbia raggiunto il giusto equilibrio delle sue competenze, mettendole tutte al servizio delle aziende clienti.

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